di Antonio Marziale
Ogni volta che le immagini di piazze in tumulto, scontri nelle città o atti di vandalismo coinvolgono i più giovani, il dibattito pubblico si incanala in un copione tristemente familiare e ci si divide tra chi chiede un intervento severo e chi cerca scuse affrettate, riducendo il tutto a una semplice bravata o a una mancanza di attenzione familiare.
Tuttavia, un’analisi più profonda e sociologicamente informata ci invita a guardare oltre il momento attuale, perché questi disordini non sono solo un’anomalia temporanea, ma piuttosto un chiaro segnale di una frattura profonda tra le nuove generazioni e le istituzioni fondamentali del nostro Paese.
La famiglia, che dovrebbe essere il primo baluardo di contenimento e trasmissione di valori, sta vivendo una crisi d’autorità, confondendo la democrazia affettiva con l’abbandono del proprio ruolo normativo. Questo lascia i ragazzi in un vuoto di confini e punti di riferimento.
La scuola, sempre più priva di risorse e isolata nel suo compito, fatica a comprendere i nuovi linguaggi del disagio e perde la sua storica funzione di ascensore sociale e di presidio culturale nel territorio.
Nelle periferie, sia materiali che esistenziali, la trasgressione e la violenza diventano l’unico rito di passaggio accessibile per guadagnare status, rispetto e visibilità tra i coetanei.
In una società iper-mediatizzata che premia l’apparenza immediata e nega ai giovani una prospettiva credibile per il futuro, il disordine urbano diventa l’unico modo per far sentire la propria presenza.
Affrontare questo fenomeno solo con una logica di emergenza o con risposte punitive non farà altro che alimentarlo, poiché la repressione affronta il sintomo ma non tocca le cause.
Senza un piano strutturale che ricostruisca un vero patto educativo tra famiglie, scuole e territori, e che restituisca valore alla presenza degli adulti, i disordini giovanili nelle nostre città sono destinati a crescere inevitabilmente.
Antonio Marziale
Presidente dell’Osservatorio sui Diritti dei Minori
