I figli dell’invisibilità: perché i minorenni riempiono le piazze di Milano e della Francia
di Antonio Marziale (Sociologo, presidente dell’Osservatorio sui diritti dei Minori)
I recenti fatti di cronaca che hanno visto protagoniste le periferie di Milano – tra episodi di violenza giovanile, scontri di strada e il fenomeno crescente delle bande di quartiere – non possono essere letti come eventi isolati o episodici. Se accostati alle cicliche e drammatiche tensioni che attraversano da tempo le banlieues francesi, questi fenomeni rivelano una matrice comune, che affonda le radici in una profonda frattura socio-culturale che riguarda le nuove generazioni e il loro complesso rapporto con lo spazio urbano e le istituzioni. Ridurre quanto accade nelle grandi metropoli europee a una mera questione di ordine pubblico o di devianza individuale significa ignorare la complessità di una trasformazione sociologica in atto. Milano, capitale economica e finanziaria d’Italia, e la Francia si trovano oggi a condividere allo stesso specchio della segregazione spaziale, della marginalità urbana e dell’isolamento sociale.
L’elemento più sconcertante e rilevante di questa dinamica è senza dubbio il coinvolgimento massiccio, precocissimo e quasi sistematico dei minorenni. Da una prospettiva sociologica e pedagogica, la presenza sempre più centrale di giovanissimi sulla scena della devianza e della rabbia urbana non è un incidente di percorso, ma l’esito naturale del crollo delle tradizionali “agenzie di socializzazione”. In contesti caratterizzati da povertà educativa, deprivazione materiale e fragilità familiare, la scuola fatica a trattenere i ragazzi e i servizi territoriali appaiono spesso depotenziati o distanti. Quando la famiglia non ha gli strumenti simbolici o economici per guidare la crescita e la scuola viene percepita come un ambiente ostile o escludente, si crea un vuoto educativo spaventoso che viene immediatamente saturato dalla strada.
In questo scenario, per un minorenne la strada cessa di essere un semplice luogo di passaggio e diventa la sola palestra di vita disponibile. Il gruppo dei pari – la “banda”, la “crew” o il “blocco” – assume le funzioni di una vera e propria struttura sostitutiva ed offre protezione, definisce le regole di ingaggio con il mondo esterno, fornisce un’identità e un senso di appartenenza che il resto della società nega loro. Per un adolescente che vive ai margini di una metropoli luccicante come Milano o nei quartiers prioritaires d’Oltralpe, la sensazione dominante è quella di un’invisibilità sociale totale. La devianza precocizzata e l’atto violento diventano così una scorciatoia performativa, un modo drammatico ma immediato per dire “io esisto”, occupare lo spazio ed esibire una forza che compensi una profonda vulnerabilità interiore.
A questo fenomeno si aggiunge la potente cassa di risonanza dell’ecosistema digitale e dei social media, che hanno radicalmente ridefinito i processi di socializzazione giovanile. Le dinamiche di strada non rimangono più recondite nei quartieri, ma vengono costantemente riprese, editate e pubblicate sui social, trasformando l’azione violenta o illegale in un contenuto da esibire per ottenere consenso, “follower” e riconoscimento sociale tra i propri coetanei. La cultura trap e drill, spesso colonna sonora di queste narrazioni, fornisce un’estetica e un linguaggio comune che glorifica la rivalsa, il denaro facile e il disprezzo per l’autorità. Il minorenne si trova così immerso in una bolla sottoculturale in cui la violenza non è percepita come un reato o una colpa, ma come un valore positivo, una prova di coraggio e un marchio di rispetto.
Per affrontare questa emergenza che colpisce l’infanzia e l’adolescenza, è indispensabile superare la sola risposta punitiva o giudiziaria, la quale interviene quando il danno è ormai compiuto. La tutela dei minori richiede la ricostruzione immediata di un’alleanza educativa territoriale: occorre intercettare il disagio prima che si trasformi in devianza strutturata, potenziando gli educatori di strada, garantendo la scuola a tempo pieno nei quartieri a rischio, sostenendo le famiglie vulnerabili e offrendo ai ragazzi alternative concrete di crescita, sport, cultura e partecipazione. Guardare al coinvolgimento dei minorenni a Milano e in Francia significa comprendere che non siamo di fronte a una generica cattiveria dei giovani, ma al grido di protesta e di smarrimento di una generazione lasciata sola al margine delle nostre città.
Antonio Marziale




